“Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fiumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, – la primavera era primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini – i grandi, gli adulti – non smettevano di ingannare e tormentare sé stessi e gli altri.” Tolstoj, Resurrezione, l’incipit. Splendido. E splendente, e ardente, è la stagione di primavera, questo è il senso di vas, la sua remota radice. Il più è esser pronti, la disposizione ad accogliere ardore e splendore, ed esserne parte, spogliarsi del lordo, scrostarsi di dosso l’inverno del nostro scontento, provare a sentire se in qualche modo sbocciare è ancora possibile. Per i bambini problema non c’è. Per noi, indefessi nel tormento e nell’inganno, è un filo più complicato, e già si profila all’orizzonte aprile, che per l’appunto è il più crudele di tutti i mesi.