Bello, bellus, è l’antichissimo diminutivo di bonus, buono. È bello ciò che è buono, è buono ciò che è bello, e tutto questo è un bene, infatti bene deriva dall’uno e dall’altro, e tutto quanto si rifà all’accadico banum  e bunum che sono appunto il buono, il bello e il bene. E qui dovrei finirla, punto e basta, perché ai miei occhi è evidente che sia così, che non c’è bene altrove dal buono e dal bello. Nella mia lingua materna non c’è la parola “bello” e nemmeno “bene”, ma solo bon, buono, che sta per tutto.so di aver sentito per la prima volta “bellezza” a scuola, e la declamava la maestra Fabbri leggendo sul libro; eppure so di esserci cresciuto nella bellezza, lo so adesso ma non allora, che ancora non sapevo nemmeno ripeterla bene quella parola. È una sensazione ineffabile e dunque indescrivibile. Ad esempio, l’ineffabile bellezza di una vigna di vermentino potata in un mattino d’inverno, una vigna potata a regola d’arte, l’eleganza del disegno, il ritmo. È il mirabolante disegno dell’acqua della gora che scivola per canale, canalette e canalini zappati con cura di oreficeria per abbeverare ogni pianta dell’orto con la giusta misura, l’acqua scura che si bagna della luce del sole al tramonto, iridescente, cangiante in cento arcobaleni.  Naturalmente non si pota e non si irriga per sfizio, ma per trarre frutto, e se c’è un mistero nella bellezza è che una potatura o qualunque altra cosa ben fatta è straordinariamente bella da vedersi, anche se uno non ci pensa alla bellezza, anche se non ha la parola. Utile bellezza, l’unica che conosco davvero.