Dov’è Stalingrado

Una domanda ai colleghi scrittori, saggisti e romanzieri, una domanda all’élite culturale del Paese sinceramente democratica e antifascista che ha appena vinto l’onorevole battaglia per l’espulsione dal Salone del Libro di Torino di una casa editrice di manifeste intenzioni fasciste, eccola: è davvero lì, negli ampi e lindi e assai costosi saloni del Lingotto ben frequentati dalla crema dei lettori dei nostri libri, lievito della cittadinanza cosciente, la Stalingrado da presidiare? La linea del fronte dove si è dunque vinta la prima epocale battaglia della resistenza democratica alla reazione revanscista e squadrista, preludio alla controffensiva che porterà alla vittoria finale? Oppure Stalingrado è altrove, è a Casal Bruciato a Tor Bella Monaca? E nelle cento infami periferie d’Italia, dove, sì, non c’è crema e nemmeno un granché di lettori, ma c’è un popolo in cronico credito di cittadinanza, che ha smesso di porre domande a modo, esausto com’è dall’angosciante silenzio di chi di dovere, di noi per esempio, incattivito dalla defatigante contemplazione del fossato di quarantena che gli è stato diligentemente scavato intorno perché non scocci, non sporchi, non si faccia diseconomiche illusioni, la Repubblica è altrove in altro impegnata. Eppure ci sono biblioteche in quei brutti posti, ne sono certo perché ci sono persino entrato, e ci sono piazze e cortili adattissimi per fermarsi a parlare avendo qualcosa di interessante e magari utile da dire, e ci sarebbe anche qualcuno ancora disposto ad ascoltare, a dare un’ultima occasione; fosse anche uno solo sarebbe un popolo, fossero in due sarebbe un primo grande successo. Non sarebbe questo il nostro dovere? Sempreché avessimo coscienza di una posizione civile, un ruolo sociale, oltre, ci mancherebbe, la bella sensazione di un animo schiettamente antifascista? Ma a presidiare quei brutti posti, a parlare e ad agire ci va Casa Pound, la feccia del Paese non la élite della Repubblica; a metterci piede rischieremmo di prenderci anche qualche cazzotto squadrista, ma che vogliamo farci, a Stalingrado non si servivano aperitivi, a Stalingrado si moriva come mosche. Al Salone di Torino non si muore e nemmeno si prendono cazzotti, il presidio dei sinceri democratici ha un costo molto limitato; ma, è vero, non per questo va lasciato sguarnito. Del resto anche il Lingotto è una periferia, lontana periferia se la guardi dall’altra parte del fossato. A proposito, al Salone del Libro la famigerata casa editrice c’era anche l’anno scorso; ci hanno fatto caso in pochi, si vede che allora l’ordine del giorno era un altro e le emergenze altrove.

Il Secolo XIX, 12 maggio 2019

redazioneggf 2019-06-12T09:29:08+00:00 12 maggio 2019|0 Commenti

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