L’anno più bello

L’anno più bello vittorio 2010-04-23T08:24:55+00:00

L’anno più bello (Un racconto del 2007)

Lasciate che vi faccia un breve resoconto di quello che è stato l’anno più bello della mia vita, il millenovecentonovantuno. Naturalmente ci sono stati altri anni più belli della mia vita, ma non ricordo le date precise e dunque secondo me non valgono; di fatto sono anni che ormai si sono persi nella leggenda. Come ciascuno di voi, almeno spero, anch’io ho costruito nel corso del tempo una mia vita leggendaria, una piccola mitologia di ciò che è stato e sono stato in tempi meravigliosamente lontani, è un bene che questo accada: la vita è così grande che non è possibile ficcarla tutta dentro la cronaca dei fatti e un calendario. La vita pretende una leggenda, la leggenda degli anni più belli, la leggenda degli anni più bui, tanto per cominciare.
Ma ascoltate dunque dell’anno millenovecentonovantuno, anno di cui, oltre la data precisa, ricordo fatti che ancora altri ricordano, persone che ancora vivono e ancora incontro, spiriti che ancora sono capace di ascoltare. So cosa lo ha reso l’anno più felice, lo so senza alcuna necessità di ricamarci sopra: è stato il tempo in cui mi sono sentito più libero. E so che non sarò mai più libero come in quell’anno benedetto. Che è stato anche l’anno di una guerra, per la precisione della prima guerra che io avessi mai vissuto così da vicino: la prima guerra del Golfo. E di questo ho sofferto, di quella guerra ho patito come un cane, io che vivevo in una città dove i marinai iracheni facevano la coda con me al supermercato e vivevo in una casa con un terrazzo che dava sul mare, sulla parte di mare dove ormeggiavano le corvette che gli operai di quella mia città, anche loro in coda con me al supermercato, avevano costruito per quei marinai. Li ho visti piangere allibiti gli uni e gli altri davanti alle casse del Supersconto. Ho visto piangere per la strada le loro donne italiane abbracciate alle loro donne iraquene, con il binocolo ho cercato per tutto il tempo della guerra di capire cosa pensassero, mentre si muovevano pigramente sulla coperta delle loro navi in cerca di qualcosa da fare quando non c’era niente da fare. Per la cronaca quelle navi sono ancora lì, mezze marce, e sopra ci sono ancora dei marinai iraqueni; e credo che nessuno abbia la più pallida idea di cosa fare di loro, che dopo essere stati prigionieri per quindici anni, ora a rigor di logica dovrebbero essere di nuovo nostri alleati. Io non so chi gli dia da mangiare.
Quella guerra non è bastata a rovinarmi l’anno più bello della mia vita; perché ero libero, e un uomo libero crede fermamente che potrà far giustizia di ogni cosa, visto che nulla sfugge alla sua potestà. Nel tempo della guerra scrivevo ogni giorno una pagina di quello che vedevo e che sentivo; in ogni riga c’era un poco di quella guerra –come avrebbe potuto essere diversamente?- ma alla fine ciò che ho scritto è stata la storia più speranzosa che abbia mai immaginato. Perché ero libero. Dopo la mia leggendaria infanzia mai mi era capitato di sentire così precisa, così potente, così rinfrancante la libertà. Nemmeno nei giorni che andavo a marciare in nome suo, nemmeno quando in nome suo prendevo le botte.
Da dove mi veniva tutta questa libertà? Dall’essenziale. Quell’anno io ho avuto tutto l’essenziale e niente del superfluo; e non mi era mai capitato prima di allora, né mi è mai capitato dopo.
Proprio alll’inizio dell’anno ho fatto un gran bel gesto, uno di quelli che se ti ci fermi a pensare su anche un solo secondo non succederanno mai: ho cambiato vita. Per farlo me ne sono andato via dal mio lavoro, uno di quei lavori sicuri e perpetui che ancora c’erano a quei tempi; non ci piacevamo io e quel lavoro, non ci piacevamo io e il mio principale. Dovrei vergognarmi anche solo a dirlo, ma perché il principale riuscisse a farsi entrare bene nella zucca la determinazione della mia decisione, ho dovuto lanciare nei pressi della sua persona –proprio un filino, ma proprio un filino a sinistra- un posacenere in onice, dono degli operosi artigiani della Versiglia.
E poi ho lasciato la mia vecchia casa, la casa che i miei mi avevano lasciato, loro che l’avevano messa su ammazzandosi di straordinari e cambiali; non ci piacevamo io e quella casa. Non mi piaceva vivere al riparo di muri impregnati della fatica di altri; non mi piaceva che fosse la casa dove loro si erano riparati in un esilio senza consolazione. Nessuno di noi era nato lì.
Ho trovato la mia casa, quella che ancora oggi è la mia casa, ho cercato il mio lavoro, quello che ancora oggi è il mio lavoro, e perché questo accadesse ho dovuto rinunciare a molte cose: ho dovuto liberarmi dal peso del niente. Ho vissuto quell’anno avendo per me quanto mi bastava per mangiare due volte al giorno, fumare una busta di tabacco alla settimana, un mazzetto di biglietti del treno per andare a fare un bagno al mare i lunedì d’estate, e quanto avrei voluto per il terriccio, i semi e i bulbi per il mio terrazzo che è grande come Boboli e forse più. Quell’anno ho costruito con le mie mani il più bel giardino di tutta la città. Ho amato la mia donna con sfarzo principesco. Ho cucinato con l’accorta saggezza della regale miseria di mia nonna. Ho raccolto i pensieri più lontani in un gregge che ho pascolato come un re pastore. Ho voluto bene a un amico come a un fratello, e da fratelli ci siamo spartiti ogni cosa dell’essenziale, che a differenza del superfluo può essere suddiviso all’infinito ed essere sempre abbastanza.
Vivevo nel mio terrazzo con il sole e nella mia cucina con la pioggia in una solitudine buona e gioiosa, cercando solo di fare lo sforzo di ricordami quando cadeva la domenica per non restare senza il latte e per non deludere la mia ragazza con un pranzo feriale. L’essenziale, il tutto quanto basta. La libertà.
E se oggi sono lo stesso, so pure di non essere più così. Sono ancora qui, ma sono costipato di superfluo. E non sarò mai più così libero come quell’anno, perché il superfluo non perdona e non ti lascia facilmente. Il superfluo è fatto delle certezze che compri, le uniche certezze del millenovecentonovantuno erano le strane certezze del mio cuore. Se si può ancora dire cuore e intendere qualcosa di meglio di una pubblicità di telefoni cellulari.
So come è cominciatio quell’anno, ma non so ricordare come è finito. Conosco il meccanismo: sto lavorando perché si faccia leggenda, perché esca dal purgatorio del calendario e entri nel paradiso della meraviglia.