Il Ponte metafora del Paese

Ancora mi chiedono del Ponte, ovunque, chiunque incontri in giro per il Paese, e se non si ha abbastanza confidenza con me, chiedono ai miei familiari, ai miei amici, lui cosa dice? Io non dico niente, ma nessuno, credo, si aspetta che io possa dire qualcosa. Continuano a chiedermi ma non mi si chiedono opinioni tecniche, è noto che non posso averne, od opinioni politiche, sanno tutti quanti che me le risparmio, esprimono invece una domanda indefinita, incerta, sospesa. Chiedono a me e mentre lo fanno vedo che stanno chiedendo a se stessi; che cosa non so, che cosa non sanno, ma in definitiva null’altro che non sia: come è stato possibile, cosa sarà possibile. La domanda che procede da un lutto irreparato, da un vuoto che non si colma, la domanda che teme risposte e teme di non averne. Un ponte è sempre una metafora, una metafora che si fa materia, più ardito il ponte, più vaste metafora e materia; anche il crollo di un ponte è, oltre a dura materia, metafora, tragica metafora che i genovesi portano con sé nei loro sguardi, nei loro silenzi, nella loro pena, ma non pensavo che potesse esserlo per l’intero Paese, nel pensiero di tutti. È un bene che lo sia, perché è verità; il crollo del Ponte non è affare di Genova ma del Paese intero. Come lo è stata l’intenzione che lo ha eretto mezzo secolo fa nell’età della promettenza, l’antica città che si slancia nell’avvenire e porta con sé il Paese. Quell’età è finita, è finita per la città e è finita per il Paese, se c’era bisogno di segno, di un’immagine tangibile, di una metafora universalmente intellegibile, ecco, il crollo del Ponte è stata la più efficace immaginabile, il ponte costruito con le nostre mani e dalle nostre mani dirotto. E la ricostruzione del Ponte sarà ancora una volta metafora, metafora di straordinaria potenza, metafora dell’intero Paese. Se il Ponte verrà ricostruito, se il Paese saprà ricostruirlo, se saprà darsi una nuova età oltre la presente e immaginarsi progetti ed edificarli ancora una volta proteso nell’avvenire. Non è detto, non è affatto detto. Guardo le notizie da Catania e vedo un Paese che osserva sé stesso trattare gli esseri umani come animali, peggio di animali dice il vescovo della città; se si concede a questo non può che condannarsi all’eterna vergogna, e l’unico lenimento alla vergogna è tagliare i ponti non edificarli.

Il Secolo XIX, 26 agosto 2018

redazioneggf 2018-09-24T17:23:48+00:00 26 agosto 2018|0 Commenti

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