Colonie

Ce ne sono nella riviera di Liguria, ce ne sono lungo la Tirrena, per tutto l’arco alpino e per buona parte della dorsale appenninica, ma non quanti se ne stanno dissecando al sole d’Oriente della riviera romagnola; decine, centinaia di scheletri megalitici, rovine ossificate di buona e robusta edilizia, nobili vestigia di un passato splendore di opere a fin di bene, le colonie estive, i soggiorni elioterapici. C’è stato un tempo, un tempo lungo tre generazioni, in cui tutti, ciascuno con le sue ragioni, pare volessero bene ai bambini, ma bene sul serio, prendendosene gran cura innanzitutto dei più fragili e necessitanti, i figli del popolo. Non solo le mamme, gli volevano bene, ma gliene hanno voluto il Duce, il Papa, i padroni delle ferriere, e poi i ministri della repubblica, i sindacati, le cooperative comuniste e i comuni democristi, i consigli di amministrazione delle grandi imprese statali e i padroni delle grandi industrie personali, le mutue di categoria, le corporazioni, e l’Opera Balilla e i Giovani Pionieri, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia e l’AIED, l’UDI e la Pontificia Opera di Assistenza, la municipalità di Milano e quella di Brisighella. Tutti identicamente volti al bene dei ragazzini. I ruderi che occhieggiano dalle pinete e dalle dune non parlano, ma da qualche parte forse ci sono ancora archivi e negli archivi le fotografie che diligentemente si scattavano ai colonianti il primo e l’ultimo giorno del soggiorno, quelle immagini parlano. Parlano di tre generazioni di figli del popolo non di rado pellagrosi e tignosi, spesso rachitici e, come allora si diceva, deboli di petto, pronti per la tbc, la gran parte malnutriti, e tutti, ma proprio tutti, di gran appetito e pallidi come stracci. A forza di rosse pastasciutte e pane biscottato con la cotognata, tazze di latte e orzo grandi come vasi da notte e olio di merluzzo, bagni di sole cocente e ruzzamenti e ginnastiche da spiaggia, passeggiate in fila indiana e odiosi sonnellini meridiani, i figli del popolo se ne tornavano a casa che si stentavano a riconoscerli, con il cappellino, la maglietta e le braghette con il marchio dello sponsor ma che andavano pur bene per finire la stagione. Non sto scherzando, davvero per quattro, cinque decenni, tutti coloro che avevan disponibilità di mezzi si sono sentiti in dovere, o sono stati costretti, a prendersi cura dei ragazzini d’Italia. Io ero tra questi, tra i milioni. In questi giorni me ne vado a zonzo per questo immenso parco archeologico, archeologia del welfare, e mi chiedo se davvero oggi i figli del popolo godano tutti di buona salute e sana alimentazione, abbiano tutti la disponibilità di un rigenerante mesetto al mare e due salubri settimane in montagna e sono sicuro di no. Io sono uno sfegatato fautore delle grandi opere, e è fin troppo ovvio che curarsi dei ragazzini d’Italia sia una delle maggiori.

Il Secolo XIX, 5 agosto 2018

redazioneggf 2018-09-03T11:24:44+00:00 5 agosto 2018|0 Commenti

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